(Last Modified 23June16)

Prototipo del 1° MonoAlbero con telaio elastico e forcella a parallelogramma. Il motore 250c.c. a cilindro verticale era in lega di alluminio

IL PROGETTO SEGRETO

Ricominciarono le corse su tutte le strade della Penisola e il sangue degli appassionati ribolliva, come si suol dire, di nuovi entusiasmi. La motocicletta preferita del nostro Giovanni era in quel momento l'inglese Norton. Egli, però covava un progetto segreto ed ambizioso, a dir poco audace, che pur gli sembrava fattibile. Costruire da solo nella propria officina, una personalissima motocicletta, veloce, leggera, ben frenata, tecnologicamente moderna e bella, bella più di tutte, più di quella stessa Norton che gli piaceva tanto. Se si doveva fare, doveva farsi subito. Giovanni Parrilla aveva 34 anni, entusiasmo intatto, testardaggine e maturazione al punto giusto. In quel periodo faceva parte della ditta, come collaboratore, Alfredo Bianchi, progettista e disegnatore, anch'egli appassionato di tecnica motoristica, che anni dopo firmerà il progetto della superlativa Aermacchi Ala d'Oro. I due passarono ore ed ore a fantasticare insieme e a contagiarsi a vicenda. L'impresa andava avviata a tutti i costi. Una macchina vera che, partendo da una idea, doveva poi diventare viva e addirittura diva, pronta a mostarsi sulla pubblica piazza nelle sue più belle e intime forme. In più doveva marciare, marciare forte, e, se possibile, senza rumori metallici, avere un bel rombo di scarico pieno e maschio con il contorno di un accapponante “ritornello” in chiusura. Il progetto era già in testa, doveva essere una monocilindrica verticale di 250cc,A?o??? con cambio in semiblocco tipo Burman a quattro velocità, basamento, cilindro e testa in una lega d'alluminio superleggera, grandi valvole richiamate da doppie molle a spillo e comandate da alberello a coppie coniche, agente su camme registrabili mediante vernieri e bilanceri lavoranti sulle stesse mediante interposizione di raffinati cuscinettini per rendere il complesso il più possibile scorrevole. Il telaio, elastico, secondo la nouvelle vague, andava realizzato in tubi di piccolo diametro, chiuso inferiormente per offrire maggiore rigidità. La forcella a parallelogramma, di originale disegno, e i freni in alluminio, di generoso diametro, completavano la formula di massima. Sul serbatoio ancora non appariva alcun marchio. Il 20 marzo 1946 Amorina diede alla luce l'atteso maschietto, che come previsto ebbe il nome di Angelo. Il piccolo battè sul tempo, di poco, l'altra nascitura, la 250c.c.MonoAlbero, che dopo neppure un anno dalla partenza del progetto, era miracolosamente quasi finita.

Il primo marchio adottato

SARA' MOTO PARILLA

A quel punto occorreva dare un nome al progetto. Giovanni Parrilla decise per la decurtazione di una “erre” dal proprio cognome che in questo modo diventò Parilla. La sua intenzione era rendere più armoniosa la pronunzia del marchio, facilitarne la dizione, sopratutto in Italia, dove quelle doppie parevano troppe. Completava il marchio di fabbrica, l'elegante silhouette di un levriero in corsa, emblema della persistente passione per i cani. Un terribile lutto si abattè sulla famiglia segnandola profondamente, appena dieci giorni dopo la nascita di Angelo, il primo aprile 1946 la morte si portò via in poche ore l'amata Giuliana, una bimba di appena sette anni. Una ferita che non si rimarginò più. Ora sembrava che la realizzazione degli ambiziosi progetti non avesse più alcun significato, ma nell'officina le maestranze, ormai appassionate, continuavano il lavoro di preparazione della prima moto, per essere più precisi diremo che erano state prodotte le componenti necessarie per assemblare tre esemplari. Alla fine di maggio il primo prototipo era pronto per i collaudi su strada. La macchina doveva ancora essere affinata, sgrossata, ma subito mostrò una buona coppia senza essere priva di velocità, anche il rombo dello scarico era promettente, sembrava quasi quello di una 500cc. Parrilla si gettò con coraggio nel lavoro, e questo gli consentì di non pensare troppo al resto. Si decise di imbastire contemporaneamente le altre due moto non completamente uguali alla prima. Si differenziavano sopratutto per la ricerca di una nuova estetica. Giovanni appagato dall' andamento delle cose, iscrisse la moto al circuito di Lodi già nel mese di settembre di quello stesso 1946 e l' affidò, simpaticamente, non a un corridore vero e proprio ma ad un amico del bar, Ferdinando Bardelli, che mai aveva gareggiato. La cronaca ci assicura che i due esordienti non si comportarono male giungendo quarti in batteria.

3° Prototipo del 250c.c. MonoAlbero esposto al salone di Milano del 1946

LO SVILUPPO

Dunque gl'incoraggiamenti costantemente ricevuti da amici e conoscenti, i buoni risultati delle prime gare e i generali consensi riscossi per l'opera intrapresa, costrinsero Giovanni a dover riconsiderare l'intera situazione. In altre parole il prodotto era richiesto, occorreva costruire parecchie macchine e per il geniale artigiano era una soddisfazzione enorme.

Così Parrilla, deciso come sempre, ci volle provare e si decise ad esporre una delle sue creature al Salone di Milano del 1946. Era solo un prototipo, il terzo per l'esatezza, talmente ben realizzato e rifinito che non mancarono elogi e incoraggiamenti da parte di tutti, sopratutto dalla stampa specializzata, che riservò a quellla bella novità giudizi gratificanti. Si dovette così stabilire la creazione di una nuova base societaria, Parrilla trovò una buona sistemazione presso una vicina azienda adibita alla fabbricazione di ruote smerigliatrici, l'Olmasa situata in viale Lucania 7, nei pressi di piazzale Corvetto.